Non ha un nome famoso, non ci trovi indicazioni particolari. È un bosco di pini che sale piano piano, con un sentiero stretto dove le radici escono dalla terra come dita. Ci andavo con i miei nonni. Ci vado ancora adesso — con mio figlio, con Betty, con Tyler.
Alcune cose non cambiano. E questa è una di quelle.
Quello che cambia, ogni volta, sono loro.
Appena entriamo tra gli alberi succede qualcosa che non smette mai di emozionarmi. Betty e Tyler si trasformano. Non nel senso che diventano diversi — nel senso che diventano più loro stessi. Il naso va giù, le orecchie si alzano, il passo cambia. Diventano altro rispetto ai cani che camminano sul marciapiede accanto a me ogni mattina.
"In quel momento non sono i miei cani. Sono cacciatori. Sono animali selvatici dentro un bosco che li riconosce."
Betty segue odori che io non riuscirò mai a percepire. Tyler — cieco, lo ricordi — si muove tra i tronchi con una sicurezza che mi lascia senza fiato ogni volta. Il bosco lo legge con il naso, con le orecchie, con le zampe che sentono il terreno cambiare sotto di sé. Non gli manca niente, lassù.
Resto indietro, qualche passo. Li guardo.
Penso spesso a quanto sia facile, quando si ama un cane, dimenticare chi sono davvero. Vengono vestiti, profumati, portati in braccio, trattati come se fossero fragili. E loro si lasciano fare — con quella pazienza infinita che hanno — ma dentro portano qualcosa di antico e selvatico che non va mai via.
"Sono cani. Devono fare i cani. Questo è l'atto d'amore più grande che possiamo fargli — lasciare che siano quello che sono."
La luce del pomeriggio filtra tra i pini in un modo che non riesco mai a fotografare bene. Diventa oro, poi verde, poi quasi bianca quando il vento muove i rami. Tyler alza il muso verso quella luce — non la vede, ma la sente. Il calore sul pelo, l'aria che si sposta.
Betty invece è già sparita dietro una curva del sentiero. La sento tra i rami secchi, sento i suoi passi veloci e quella sua energia da Setter che non si ferma mai finché non decide lei.
Mio figlio cammina accanto a me, mi prende la mano.
"Mamma, Betty è una lupa?"
Quasi, gli dico. Quasi.
Torno sempre da queste passeggiate con qualcosa che non saprei chiamare in altro modo se non pace. Non quella pace forzata, cercata, conquistata a fatica. Quella pace che arriva da sola quando sei nel posto giusto con le persone giuste — anche se le persone giuste, in questo caso, hanno quattro zampe e il pelo che profuma di resina e aghi di pino.
È per questo che esiste KUNIK, in fondo.
Non per coprire quell'odore. Per custodirlo.
Spero che tu abbia un posto così — un bosco, un sentiero, qualcosa che ti dona il senso di pace. Se ce l'hai, portaci il tuo cane. Guardalo diventare se stesso.
0 comments